Gabbie salariali 2.0

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Il 2 dicembre del 1968 ad Avola, la mia città, due braccianti Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia furono uccisi dai reparti della celere inviati dal prefetto D’Urso per liberare  dai blocchi stradali la principale arteria di collegamento della Città. Quegli episodi, balzati alla storia col nome di “ I fatti di Avola”, diedero il via ai movimenti di rivendicazione dei lavoratori che sfoceranno nel maggio del 70 nell’introduzione dello statuto dei lavoratori (legge n. 300 del 20 maggio 1970 “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”).

Uno degli elementi cardine di quelle proteste, fu la lotta alle cosiddette “ Gabbie salariali”, cioè a quei sistemi di indicizzazione e differenziazione regionale del salario del lavoratore in base al costo della vita.

L’Italia era divisa in 14 zone. Nel 1961 poi le zone erano state dimezzate e viene prevista una diminuzione dello scarto tra la prima e l’ultima dal 29 al 20 per cento.

Il paradosso era che, queste differenze nelle retribuzioni non riguardavano solo il Nord ed il Sud Italia, bensì  all’interno della stessa provincia, i braccianti di Lentini ricevevano una retribuzione più alta rispetto agli Avolesi, sebbene le due città distano meno di 50 km.

Le divergenze nei tassi di inflazione fra le diverse regioni già allora erano sintomo del fatto che l’Italia, come del resto l’UE, non è un area valutaria ottimale, e che quindi anziché differenziare i salari era necessaria una più profonda politica di trasferimenti, in modo da correggere gli squilibri regionali. Comunque, sebbene profondamente discriminatorie, quelle misure portavano ad un aumento del costo del lavoro nelle zone a maggiore inflazione e più produttive del paese.

Sembrerà strano, ma l’idea che sta alla base delle gabbie salariali, è quantomai attuale e non perché fa parte degli sproloqui recenti di Calderoli.

Con l’introduzione della moneta unica di fatto, ognuno dei 12 paesi aderenti ha mantenuto un proprio mercato del lavoro, proprie legislazioni e differenti livelli di tutela, in altre parole gli stati sono diventati delle enormi gabbie per i salari dei lavoratori.

Qual’è la differenza sostanziale con ciò che accadde nel 68?

La principale differenza è che allora lo stato poteva correggere, attraverso la fiscalità generale, gli squilibri regionali e di conseguenza questi squilibri non si tramutavano in una crisi di debito. La Sicilia non doveva rifinanziarsi a tassi più alti rispetto alla Lombardia, come adesso accade all’Italia o alla Grecia.Image

Aver introdotto la moneta unica senza aver uniformato i mercati del lavoro, obbliga i paesi a giocare una stupida guerra mercantilista, in cui è più bravo chi riesce a deflazionare i salari maggiormente. Avete sentito il monito di Fassina? Non potendo svalutare la moneta si svaluta il salario!

Paradossalmente i più bravi in tal senso sono stati i tedeschi i quali hanno costruito il successo del loro export, su una politica di moderazione salariale. Secondo quanto comunicato da Eurostat il 20 dicembre 2012, la Germania con il 22.2 % ha la quota più alta di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale. In Francia sono solo il 6.1 %, nei paesi scandinavi fra il 2.5 % e il 7.7 % mentre la media dell’Eurozona è del 14.8 %.

In altre parole assistiamo al paradosso per cui i salari sono cresciuti meno in paesi in cui la produttività è aumentata considerevolmente e l’irrazionalità di tale dinamica è spiegabile esclusivamente con la palese volontà non cooperativa mostrata in questi anni dalla Germania e dai suoi governanti. Lo ricorda recentemente Martin Wolf sul Finacial Times “è diventata un campione delle esportazioni e ha grandi surplus esteri, ma i salari reali e i redditi sono stati repressi.”

Nel momento in cui tali dinamiche hanno portato all’implosione del nostro continente la sinistra potrebbe far proprie le battaglie per l’istituzione di uno standard retributivo Europeo. In questo modo si arresterebbe ogni tentazione deflazionistica e non cooperativa fra gli stati membri, ed inoltre si riuscirebbe ad eliminare una delle principali concause della crisi stessa. Siamo infatti dinnanzi ad un crisi di domanda, ed in modo particolare il paese che per vocazione doveva fungere da traino non solo ha spinto nel verso sbagliato, ma adesso impone politiche deflattive attraverso l’austerity ai propri partner.

Mentre la Cina ha trainato il boom dei paesi del sud-est asiatico, grazie all’importazione di semilavorati, condividendo quindi il suo surplus con le economie attigue, la Germania contraendo la sua domanda interna lo ha sistematicamente evitato.  Basti pensare che la Germania presenta debole surplus (1% )  con il resto del mondo, mentre registra forti saldi positivi con i paesi dell’UE(6%).

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Naturalmente, in base alla tipica concezione moralistica vigente in Italia, svalutare la moneta è sleale, un tipico atteggiamento del meridionale furbo che non vuole fare le famigerate riforme, mentre svalutare il salario ti dà credibilità, specialmente se abbinato al loden. Allo stesso modo il surplus è uno squilibrio così come lo è un deficit.

Questa è la prima evidente anomalia di un unione nata per motivazioni politiche, anziché macroeconomiche, nelle prossime settimane approfondiremo le altre.

Salvatore Andolina

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