Viaggio nell’instabilità – parte 2

Le cose si dissociano: il centro non può reggere.
E la pura anarchia si rovescia sul mondo

(W.B. Yeats, The Second Coming, 1920)

In un intervento precedente abbiamo tentato di spiegare perché e come il capitalismo sia costantemente soggetto a delle crisi “di sistema”. Abbiamo visto come Karl Marx e Hyman Minsky dipingano il sistema capitalistico come una macchina che non può essere lasciata libera di operare senza regolamentazione: esso è, nelle parole di Riccardo Bellofiore, “un’economia eminentemente monetaria, caratterizzata da una instabilità strutturale endogena incentrata sulla finanza“. A periodi di euforia ed ottimismo seguono, pertanto, momenti di crisi e crollo della fiducia.

L’esempio più lampante della natura di tale sistema è dato dalla maniera in cui il sistema bancario si è radicalmente trasformato negli ultimi trent’anni, soprattutto grazie a politiche di deregolamentazione (deregulation) dell’intero sistema finanziario. Ad un modello di banca “tradizionale”, che raccoglie i depositi e concede prestiti sulla base di una valutazione di affidabilità dei debitori, si sono sostituite forme di cartolarizzazione dei rapporti creditizi. Essa consiste nel fatto che le banche, invece di trattenere i mutui nel proprio portafoglio, li sezionano in numerosi pacchetti di titoli con differenti classi di rischio e rendimenti diversificati; i quali vengono poi venduti a centinaia di soggetti differenti.

Molto spesso, quegli stessi soggetti hanno poi fatto ricorso, sempre più frequentemente, a titoli derivati al fine di assicurarsi dai rischi di insolvenza: ciò ha aumentato enormemente la velocità delle transazioni, ed ha amplificato la circolazione di “quasi-monete” che hanno guidato l’euforia generale. Inoltre la solvibilità dei debitori, in questo nuovo paradigma, è valutata dalle agenzie di rating sulla base di calcoli econometrici; imprese che, anche a causa delle connessioni patrimoniali con gli stessi soggetti valutati, hanno profittato nel sottostimare i rischi e sovrastimare la solvibilità dei debitori.

L’esposizione globale in derivati (Fonte: BIS).

Nel frattempo dal lato delle imprese e delle famiglie ha avuto sempre maggiore successo il modello del money manager capitalism. Gli organismi direttivi delle imprese hanno fatto ricorso a strumenti di finanziamento sempre più complessi, trasformando la ricerca di copertura degli investimenti in vera e propria fonte di profitti. Le famiglie si sono viste comprimere progressivamente il proprio reddito disponibile, perciò si sono rivolte in misura crescente all’indebitamento (oltre il livello dei propri redditi) per finanziare i propri consumi ed hanno investito i loro risparmi in fondi, il cui obiettivo è quello di far crescere nel breve termine il prezzo delle attività investite; generando pertanto nei risparmiatori l’illusione di disporre di una ricchezza crescente.

Se osserviamo entrambi i lati del fenomeno, si evince chiaramente che la deregulation massiccia degli anni ’80 e ’90 ha favorito, a fronte di politiche neoliberiste tutte orientate al trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti, un finanziamento indiretto alle imprese per mezzo dei consumi delle famiglie, innescati dall’indebitamento bancario; e dei finanziamenti diretti alle imprese tramite la competizione nei mercati borsistici. Le politiche espansive praticate da istituzioni come la Federal Reserve, soprattutto con la gestione di Alan Greenspan, e gli stimoli alla domanda generati dalla spesa pubblica in armamenti militari, in particolare sotto la presidenza americana di George W. Bush, hanno permesso a questo paradigma di restare in piedi, nonostante l’impennata del rischio sistemico e la crescita dell’instabilità. Se osservate con attenzione queste soluzioni di breve termine – che hanno semplicemente accumulato le tensioni e ritardato lo scoppio della crisi – ci offrono due importanti lezione di politica economica.

Il crescente indebitamento delle famiglie (fonte: Bankitalia).

La prima è che quando l’economia è cristallizzata in una condizione di crisi, sono necessari dei potenti stimoli alla domanda al fine di invertire la tendenza al crollo dei redditi, dei consumi e degli investimenti.

La seconda è che non tutti gli stimoli sono uguali, e in particolare alcuni di essi, lungi dal costituire rimedi di lungo termine, sono anche socialmente destabilizzanti. Ad esempio, finanziare in maniera illimitata il sistema bancario (come FED, BCE, Bank of England e Bank of Japan hanno fatto anche in tempi recentissimi) senza poi trovare soluzioni intelligenti per l’occupazione e la crescita (ed è soprattutto il caso dell’Eurozona, martoriata dalle politiche di austerità), ricade proprio in quella categoria dei palliativi disastrosi.

Nel prossimo intervento, accenneremo perciò a quali misure di politica economia ci si può rivolgere per affrontare concretamente i problemi posti da questa economia instabile.

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