Viaggio nell’instabilità – parte 3

Originariamente pubblicato su Economia Per I Cittadini

Nelle puntate precedenti (qui e qui) abbiamo introdotto il concetto di “instabilità finanziaria” elaborato da Hyman Minsky, ovvero l’idea, mutuata da Karl Marx, secondo cui l’incertezza sugli andamenti futuri dell’economia e il fatto che le decisioni sulla quantità e la qualità della produzione siano decentralizzate rendono il capitalismo un sistema instabile. L’intero sistema capitalistico dipende dal ciclo degli investimenti: quando questi scarseggiano, aumenta la disoccupazione e serpeggia il panico fra gli investitori.

La tendenza all’instabilità è inoltre accentuata dal fatto che tutti gli agenti privati all’interno del sistema (imprese, banche, e persino famiglie), sono portati ad agire in maniera “speculativa”, cioè scommettono di essere in grado di riuscire ad adempiere agli impegni di pagamento presi nel presente, e possibilmente di ottenere una certa remunerazione positiva degli investimenti effettuati.

Nell’ultima parte della sua opera Keynes e l’instabilità del capitalismo, Minsky affronta poi una questione cruciale: come riuscire ad evitare gli effetti nefasti delle crisi che, periodicamente, colpiscono il sistema economico? E soprattutto: siamo sicuri di vivere nel migliore dei mondi possibili?

Innanzitutto, Minsky ricorda quello che per Keynes è il trinomio fondamentale che dovrebbe guidare la pianificazione di qualunque sistema economico:
l’efficienza economica, per la quale secondo Keynes sono necessari “senso critico, prudenza e conoscenza tecnica”;
la giustizia sociale, che richiede “spirito altruistico, entusiasmo e amore per l’uomo comune”;
la libertà individuale, che si fonda su “tolleranza, ampiezza di vedute, apprezzamento dei valori, della varietà e dell’indipendenza”.

I tre obiettivi che John Maynard Keynes individua come fondanti dell’economia politica incontrano un primissimo scoglio, osservando soprattutto il capitalismo di impronta neoliberista che domina l’economia mondiale da almeno trent’anni: una distribuzione socialmente oppressiva del reddito, determinata dall’interazione di forze di mercato che non sono guidate dall’osservanza dei principi che abbiamo elencato.

È soprattutto la figura del rentier, cioè del capitalista che sfrutta il valore di scarsità del capitale per conseguire profitti (in maniera sostanzialmente parassitaria, perché si tratta di guadagni dovuti non ad abilità imprenditoriale ma alla semplice “proprietà” del capitale) che Keynes augura una prossima “eutanasia”. Ne comprendiamo l’importanza anche oggi, quando osserviamo una larga parte del mondo finanziario e politico europeo tentare in tutti i modi di negare che il capitale, grazie alle possibilità fornite dalla moneta fiat, non sia una grandezza scarsa ma anzi potenzialmente illimitata.

Per conseguire l’obiettivo dell’eutanasia del rentier, Keynes suggerisce un programma politico imperniato su tre punti:

  1. Una modifica della distribuzione del reddito, che colpisca in particolare il reddito “puro” da capitale auspicando una situazione di piena occupazione dei lavoratori
  2. La socializzazione degli investimenti: non un’acquisizione dei mezzi di produzione da parte dello Stato, ma il mantenimento di una condizione prossima al pieno impiego grazie alla presenza di un ampio settore pubblico, finanziato in deficit di bilancio.
  3. L’adozione di un meccanismo di mercato decentralizzato, e quindi non interamente pianificato.

Il secondo punto del programma keynesiano merita attenzione, poiché una sua versione edulcorata e distorta è stata attuata negli USA e in tutto il mondo occidentale nel secondo dopoguerra, almeno fino all’ascesa del rigorismo neoliberista.

Le politiche pseudo-keynesiane di molti governi “progressisti” hanno puntato alla massimizzazione degli investimenti privati al fine di giungere alla piena occupazione, e perciò hanno dovuto introdurre degli incentivi fiscali al fine di mantenere elevati profitti ed investimenti privati. Come spiega Minsky, i risultati dell’azione governativa venivano valutati a seconda dell’influsso sugli investimenti privati anziché dal loro influsso sul consumo o su una più equa distribuzione del reddito. In questo modo, la politica per la piena occupazione assume un connotato conservatore, finendo per divenire una sorta di “socialismo per ricchi”. Per Keynes le situazioni di sottoinvestimento vanno affrontate soprattutto prendendo “misure per la redistribuzione dei redditi in modo da tendere a elevare la propensione al consumo” (TG p. 544).

Al contrario, i sistemi di imposte e sussidi adottati da governi come quello di Lyndon Johnson sono stati formulati senza considerazione alcuna per la loro utilità in termini sociali: se Keynes suggeriva, al fine di rendere più equa la distribuzione della ricchezza, di far aumentare il rapporto fra consumi e reddito, la strada scelta da tali politiche è stata quella di far aumentare il reddito netto delle imprese, che ha un effetto deprimente sul rapporto consumi/reddito.

Questo tipo di distribuzione del reddito ha favorito la proliferazione di bisogni non essenziali che tendono, secondo Minsky, a far perdurare lo stato di scarsità del capitale: e il successo di una strategia di sostegno degli investimenti privati dipende dalla crescita permanente di bisogni non essenziali, che ripaghi le spese di investimento.

La strategia proposta da Minsky va in una direzione totalmente opposta. In primo luogo, è necessario ridurre la dipendenza dagli investimenti privati, alterando la distribuzione del reddito in modo tale da far aumentare la propensione media al consumo; impegnandosi però in un programma di consumi ed investimenti sociali, quelli che Minsky definisce consumi “collettivi”.

Introducendo poi un sistema di tassazione che miri a livellare le disuguaglianze, e un sistema di regolamentazioni che limiti la tendenza del settore finanziario a speculare sulla struttura delle passività delle imprese, si giungerebbe ad una piena socializzazione dei settori guida dell’economia, la quale però non risulterebbe in contrasto con l’esistenza di un ampio settore privato in crescita. Anzi, un sistema economico simile (trainato dai consumi collettivi) può essere persino più consono all’esplicazione delle capacità imprenditoriali di quanto lo sia il sistema attuale.

Infine, per completare il quadro del nostro ipotetico programma di lotta all’instabilità, Minsky e gli autori di tradizione minskiana (di cui i teorici della Modern Money Theory e della Teoria del Circuito Monetario sono fra i massimi esponenti) sottolineano l’esigenza di effettuare un costante e crescente pacchetto di investimenti pubblici volti a rendere lo Stato “l’offerente di un’occupazione garantita come sostegno ai consumi (e alla dignità) dei lavoratori”, come spiega Riccardo Bellofiore.

Il concetto di “datore di lavoro di ultima istanza”, che la MMT incorpora nei suoi programmi di Lavoro Garantito (Job Guarantee in inglese) costituisce una forma di sostegno alla domanda e al contempo di riqualificazione dell’offerta, e consentirebbe perciò – al contrario di quanto paventano le sirene ultraconservatrici dell’Unione Europea – di creare una duratura stabilità dei prezzi. Il programma si concretizzerebbe nella possibilità di offrire un lavoro garantito a tutti coloro che sono alla ricerca di impiego e sono in grado di svolgerlo; ed è cruciale quindi non solo capire quanti lavoratori potrebbero farne parte, e quindi quanto sarebbe necessario spendere per includerli, ma soprattutto cosa equanto essi debbano produrre all’interno del programma stesso.

Se vogliamo davvero provare a correggere gli effetti nefasti generati di per sé dalla forma di organizzazione economica in cui siamo immersi, è necessario perciò che i piani di lavoro garantito non si trasformino in sussidi indiretti a produzioni superflue generate da forti investimenti privati: al contrario, i beni e servizi prodotti nell’ambito dei piani di lavoro garantito dovranno rispondere ad esigenze sociali di pubblica utilità.

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